Social Network per mediatori: 3 falsi miti”

Tre errori da evitare sui social network

Come accennato in un precedente articolo, per un mediatore creditizio la comunicazione online è fondamentale per l’acquisizione di nuovi clienti.

Tuttavia spesso si ricorre al “fai da te”, soprattutto sui social network, mettendo in atto strategie elaborate in autonomia che, nel migliore dei casi, hanno fortune alterne; nel peggiore, sono addirittura lesive della reputazione del professionista e di difficile risoluzione.

Tra i tanti a disposizione, che verranno trattati in successivi articoli, ecco i primi tre falsi miti da sfatare nell’ambito della comunicazione sui social network per un intermediario del credito, con le buone prassi da seguire per evitare pericolose trappole.

MITO N°1: AUMENTANDO IL NUMERO DEI FOLLOWER, AUMENTA IL FATTURATO 

L’idea è semplice: più follower = più importanza = più clienti = maggiore fatturato. Questo spinge ancora oggi tanti professionisti all’acquisto di pacchetti di follower per dare l’impressione di avere un folto seguito e di essere quindi molto bravo nel proprio lavoro. Una sorta di doping digitale.

Il problema nasce del fatto che follower acquistati in blocco sono spesso account indiani, pakistani, arabi…nessuno con la prospettiva di un mutuo per l’acquisto di un immobile in Italia, nonché minimamente interessato all’attività del mediatore stesso.

Al contrario, ci si aspetta quanto segue:

zero interazioni: quindi zero richieste di consulenza

brutte figure: basta scorrere l’elenco dei follower per accorgersi del trucco

possibili penalizzazioni da parte dei social network stessi.

Come aumentare dunque il proprio numero di follower in maniera lecita e produttiva? Semplice: pubblicando contenuti utili, mirati a rispondere alle domande dei potenziali clienti. Questi, ricevendo una risposta ad un quesito cercato online, reputeranno competente il mediatore, inizieranno a seguirlo e con buona probabilità si rivolgeranno ad esso al momento del bisogno.

MITO N°2: BISOGNA MOSTRARSI ATTIVI, IMPEGNATI, DI SUCCESSO 

Ovviamente se un mediatore creditizio pubblicasse sempre foto di sé stesso al mare, piuttosto che in ufficio sarebbe alquanto sospetto.

D’altro canto, non bisogna nemmeno scadere nel versante opposto, quello dell’egocentrismo o dell’autocelebrazione: post continui della persona alla scrivania che legge, altre in cui scrive, altre in cui guarda il monitor, altre mentre entra in ufficio o magari direttamente mentre è al volante.

Per non parlare, poi, di quelle che includono frasi motivazionali sovraimpresse. L’idea trasmessa è che il professionista non abbia molto da dire e dunque si affidi a frasi altrui, per splendere di luce riflessa.

Qual è la costante di tutte queste foto, al di là della presenza del mediatore in bella mostra? L’assenza del cliente, il che vanifica sin da subito l’assunto “Sono impegnato e lavoro tanto perché sono tra i migliori”.

Come trasmettere l’idea di essere attivo e operativo? Lo strumento migliore è far parlare i fatti, pubblicando testimonianze dei clienti. Molti di questi, seppur soddisfatti, non ne lasciano una su Facebook o Google perché semplicemente non sanno come fare.

La richiesta di un testo da inviare al mediatore anche via email o WhatsApp, con quest’ultimo che si occuperà di pubblicarlo con l’autorizzazione del cliente, aiuta ad incrementare il bacino di feedback reali. Tale materiale, infatti, non solo aumenta la reputazione del mediatore, ma convince i potenziali clienti reticenti a contattarlo, magari perché hanno trovato nei racconti pubblicati un caso simile al proprio.

MITO N°3: LA FORMA NON È IMPORTANTE QUANTO IL CONTENUTO 

Per la foga di postare il più possibile o pensando che mantenere un tono di voce colloquiale anche nei testi scritti sia la cosa migliore, non di rado i contenuti sui social network non sono curati nella forma. Presentano refusi, punteggiatura errata (o ritenuta corretta, come nel caso dei tre punti esclamativi in serie), blocchi monolitici di difficile lettura o dieci righe di hashtag in sequenza alla fine del testo.

La forma corretta di un testo è l’equivalente di un vestito elegante e sobrio per un bravo commerciale. Non va sottovalutata, perché una prima valutazione del carattere di una persona (ivi inclusa l’attenzione per i dettagli, che poi un cliente esigerà anche nella propria pratica) avviene proprio da lì.

Qual è il modo migliore per evitare errori di questo tipo? In assenza di tempo per frequentare seminari di scrittura per il web (e non solo), far rileggere un articolo è già un ottimo sistema per limitare la quasi totalità degli errori. L’ideale sarebbe trovare un lettore non del settore, esattamente come un potenziale cliente, chiedendo se ne capisca il contenuto, se sia coinvolgente o se, al contrario, ci sia qualcosa nell’organizzazione del testo tale da irritarlo, annoiarlo e, in generale, farlo pensare ad altro.

Autore: Massimo Cappanera

Consulente in comunicazione digitale e web marketing

Biografica dell’autore

Massimo Cappanera

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